La leggenda di Colapesce, l’uomo che regge la Sicilia sulle sue spalle

Colapesce è l’uomo che, con la sola forza delle sue braccia, sorregge da secoli la Sicilia e non la fa affondare in mare. O almeno così narra la leggenda

La leggenda di Colapesce affonda le sue radici in storie e canti antichi.

La prima attestazione di questa storia risale al XII secolo: un poeta franco-provenzale narra per iscritto la leggenda di un certo Nichola che viveva come un pesce.

Da allora ad oggi la storia di Nicola (detto Cola) è stata narrata in numerose varianti, nel corso dei secoli, passando di bocca in bocca, raccontata ai bambini oppure scritta a mo’ di novella, e ancora torna a tramandare la vita di questo personaggio enigmatico in forma di canzone folk.

Originale Traduzione
La genti lu chiamava Colapisci
pirchì stava ‘nto mari comu ‘npisci
dunni vinia non lu sapia nissunu
fors’ era figghiu di lu Dio Nittunu.
La gente lo chiamava Colapesce
perché stava in mare come un pesce
da dove veniva non lo sapeva nessuno
forse era figlio del Dio Nettuno.

Ma chi era questo Colapesce? E perché la sua storia è legata alla Sicilia?

La leggenda di Colapesce

Nicola, detto Cola, era il figlio di un pescatore di Messina. Abile nuotatore, passava molto tempo in mare e con l’acqua aveva un rapporto quasi simbiotico tanto da meritarsi in soprannome di “Colapesce”.

Nicola amava immergersi ed esplorare i fondali marini, alla ricerca di preziosi tesori che spesso portava a riva.

Impressionato dalla sua fama, l’Imperatore Federico II di Svevia, lo fece chiamare a sé e lo sfidò a recuperare dal fondale una coppa gettata dal sovrano, accompagnato da tutta la sua corte, al largo.

Detto, fatto. Colapesce si tuffò e recuperò la coppa gettata in mare dall’Imperatore.

Renato Guttuso: Colapesce, 1985, pannelli dipinti ad olio, Teatro Vittorio Emanuele, Messina.

Renato Guttuso: Colapesce, 1985, pannelli dipinti ad olio, Teatro Vittorio Emanuele, Messina.

Federico, per diletto, lo sfidò ancora.

Scelse un luogo ancor più remoto, dove l’acqua era molto profonda, e vi gettò la sua corona.

Colapesce non deluse il Re e la corte: dopo essersi immerso, tornò in superficie con la corona in mano.

Federico II di Svevia, sempre più stupefatto e divertito, decise di mettere alla prova nuovamente Colapesce, lanciando in mare un anello in un posto ancor più lontano e insidioso.

Dopo essersi tuffato in acqua, Colapesce iniziò a scendere verso le profondità più oscure del mare, finché non si accorse di qualcosa di strano. Vide tre enormi colonne che, dalle profondità marine, nascoste allo sguardo, sorreggevano l’intera Sicilia, permettendo all’isola di restare a galla e non sprofondare.

Il terrore riempì il suo sguardo quando, osservando meglio una delle colonne, si accorse che era piena di crepe, pronta a crollare, logorata dall’acqua e dal tempo (secondo una versione della leggenda) o dalla lava dell’Etna (secondo un’altra versione).

Compreso il rischio che la sua amata isola stava correndo, Colapesce decide di sorreggere con la forza delle sue braccia la Sicilia, sostituendosi alla colonna danneggiata. Non riemerse mai più, tra lo sgomento dei familiari, dell’Imperatore, della corte e di tutta la popolazione.

Colapesce, secondo la leggenda, ancora oggi si trova nel fondo del mare, a sorreggere con le sue braccia la Sicilia in modo che l’isola non crolli sotto il suo peso e sprofondi nel mare.

E se di tanto in tanto la terra, nella zona tra Messina e Catania, trema, è solo perché l’eroico Colapesce si sta muovendo, per cambiare spalla quando quella che regge la Sicilia è indolenzita dalla fatica.

Originale Traduzione
La genti lu chiamava Colapisci
pirchì stava ‘nto mari comu ‘npisci
dunni vinia non lu sapia nissunu
fors’ era figghiu di lu Diu Nittunu.’Ngnornu a Cola u re fici chiamari
e Cola di lu mari curri e veni.O Cola lu me regnu a scandagghiari
supra cchi pidamentu si susteniColapisci curri e và.
Vaiu e tornu maestà.Cussì si jetta a mari Colapisci
e sutta l’unni subitu sparisci
ma dopu ‘npocu, chistà novità
a lu rignanti Colapisci dà.

Maestà li terri vostri
stannu supra a tri pilastri
e lu fattu assai trimennu,
unu già si stà rumpennu.

O destinu miu infelici
chi sventura mi predici.

Chianci u re, com’haiu a fari
sulu tu mi poi sarvari.

Su passati tanti jorna
Colapisci non ritorna
e l’aspettunu a marina
lu rignanti e la rigina.

Poi si senti la sò vuci
di lu mari ‘nsuperfici.

Maestà! ccà sugnu, ccà
Maestà ccà sugnu ccà.
‘nta lu funnu di lu mari
ca non pozzu cchiù turnari
vui priati la Madonna
ca riggissi stà culonna
ca sinnò si spezzerà
e la Sicilia sparirà.

Su passati tanti anni
Colapisci è sempri ddà
Maestà! Maestà!
Colapisci è sempri ddà

La gente lo chiamava Colapesce
perché stava in mare come un pesce
da dove veniva non lo sapeva nessuno
forse era figlio del Dio Nettuno.Un giorno il re fece chiamare Cola
e Cola dal mare di corsa venne.O Cola il mio regno devi scandagliare
e scoprire che cosa lo sostiene.Colapesce corre e và
Vado e torno maestà.Così Colapesce si tuffa a mare
e sotto le onde subito sparisce
ma dopo un poco, questa novità
al suo re Colapesce dà.

Maestà le terre vostre
stanno sopra a tre pilastri
e il fatto assai tremendo,
uno già si stà rompendo.

O destino mio infelice
che sventura mi predici.

Piange il re, come debbo fare
solo tu mi puoi salvare.

Sono passati tanti giorni
Colapesce non ritorna
e l’aspettano alla marina
il re e la regina.

Poi si sente la sua voce
dal mare in superfice.

Maestà! Quà sono, quà
Maestà! Quà sono, quà
nel fondo del mare
che non posso più tornare
voi pregate la Madonna
che possa reggere questa colonna
altrimenti si spezzerà
e la Sicilia sparirà

Sono passati tanti anni
Colapesce è sempre là
Maestà! Maestà!
Colapesce è sempre là

Immagine di copertina. Renato Guttuso. Colapesce, 1985, pannelli dipinti ad olio, Teatro Vittorio Emanuele, Messina.

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